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L'ARTE di KATIA
MARRONE
LE MANI NELLA TERRA a cura
di
Eros Costantini
Un pomeriggio di maggio, alte
colline, in lontananza monti, verde e pascoli popolano la quiete e
l’oscurità di questo
Atelier dove Katia Marrone ricerca una verità experimentale.
Da questo luogo, meravigliosamente aperto, che funge da filtro, i suoi
lavori ci conducono fuori dai rettangoli delle stanze o meglio fanno
convergere lì dentro una spazialità di pensieri che vanno oltre il reale
della materia. L’artista si nasconde, non ha bisogno di chiasso per
lanciare dei messaggi complessi, nei quali si è creato un ordine magico di
piani di linguaggio.
Scorrendo le sue composizioni ci sentiamo saturi di questa “scatola
bianca”, di questo luogo dove lo studio è l’unica presenza dell’arte nel
momento in cui si fa opera. L’occhio e la mano della Marrone guidate dalla
casualità e dalla razionalità vengono riscontrate nella materia-natura del
prodotto. Soltanto il caso presiede alla costruzione e alla trasformazione
oggettiva dell’opera; un taglio, un telo strappato, un’aggiunta di altra
materia, una macchia, sono gli elementi del pensiero figurato.
Opere che si sollevano con le ali della fantasia, proprio per lusingare la
notte, per danzare nella luce in attesa di qualcosa di misterioso.
Opere che non permettono di restare indifferenti, poichè le suggestioni
suscitate, mettono in luce gli autentici valori che dall’oscurità del CAOS
raccontano storie senza fine di realtà al di sopra del silenzio. Quel
“sentimento tragico della vita” che nella pagina di una mano si rivestiva
di esigenze metafisiche, nella Marrone restano saldate agli eventi di
composizioni capaci di esplorare e far sentire i respiri interiori della
natura nel suo insieme.
Dietro “Il velo di Penelope” la pittrice inizia a narrare sullo spazio
preordinato una specie di viaggio a ritroso nel tempo, accompagnato da una
flebile eco: Itaca è lontana. Le forme tracciate dalla mano sono i segni
del conflitto, vivacemente vissuto, tra l’esterno e l’interno, tra
l’azzurro cosmico e la profondità dell’io, riportando sulla masonite stati
d’animo emozionali, al fine di dare all’immagine che si crea un senso di
profonda totalità.
Nella “Parte nascosta”, l’occhio semiaperto, concentrato sul miraggio, al
di là della meticolosa costruzione, dialoga attraverso una narrazione
sospesa tra realtà e finzione. Atto magico di un universo comunicativo col
quale l’artista si rende visibile e invisibile allo stesso tempo. Il
carattere specifico dei segni che essa traccia e delle superfici che
organizza, impone a chi guarda un percorso e un ritmo di decifrazione
singolare. Simboli di consistenza antropologica, lucidamente inquietanti
per l’arricchimento narrativo, di una compenetrazione del giorno, di
altrove remoti possibili che caricano la vita di una sua fascinosità
inarrestabile, di un denso patrimonio di memoria.
L’arte per Katia Marrone è un modo per affrontare il problema essenziale
della costituzione dello spazio, e cioè quel rapporto tra limite e
illimitato, finito e infinito, che è il gesto primordiale del pensiero. I
segmenti del legno nero che attraversano la superficie del bianco, dal
basso verso l’alto o viceversa, separano i campi del pensiero, unendo al
tempo stesso l’opera al suo fuori spaziale, al luogo che lei attornia e di
cui essa afferma l’esistenza con la sua mera presenza.
In tal modo, la duplicità dei campi diviene ciò che manifesta l’unità
ineffabile dello spazio.
Ogni opera è per lei una traversata del deserto dove ogni punto di
riferimento è completamente assente e lo spazio neutro lentamente scompare
dileguandosi dietro la materia del colore usato che prende forma. In
alcune di esse vi prevale una forma di primitivismo che come afferma Jean
Starobinski non è altro che: “l’apologia del desiderio al suo nascere, la
nostalgia dell’infanzia, l’anteprima alle qualità sensibili del reale e
spesso quel particolarissimo reale che è la nostra interiorità corporea”.
Katia Marrone presenta una pittura smagliante, ricca di impasti sapienti,
calibrata sui colori puri, sulle tonalità. Le sue barche non si estenuano
nella trasparenza dell’acqua ma ricercano nella compattezza del mare “Le
caravelle”. Il fine è l’immaginazione di un recupero della festività
persa, dove la pittura diventa evocazione e invenzione. I colori alzano i
toni, il disegno è un filo leggero cucito sul bianco che l’artista
trasforma in un mondo visionario, ricco di microsegni.
Nell’opera “Chi ha rubato i soggetti?”, l’immagine mancante del pesce
evoca il mare, quella dei fiori e del bue la terra.
L’artista manipola la materia quale spazio di mediazione creativa che
possa coesistere.
“Le mani nella terra”, questa terra dove la Marrone impasta le sue mani,
terra senza barriera di spazi definiti, tra miriadi di reperti, di tessuti
che si lasciano filtrare per accarezzare la notte, di legni che danzano
nudi nella foresta, storie di macchie scure che coprono tutto di fiori che
precipitano dal cielo, di bianchi limbici che danzano dietro i vetri di
una “Finestra senza voce”.
La finestra è sospesa, il suo sguardo si fonde con l’assenza. Le
vibrazioni sono molteplici. I segni dell’artista su un
disequilibrio di strati riproducono dei movimenti che irrompono
sull’immaginario dell’osservatore per delle illuminazioni
improvvise, perché lontano è il desiderio del piacere.
Bruxelles 8 maggio 2008
Eros Costantini. |


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